Psycho Afghanistan
Che cosa passa nella testa di un sergente americano di 38 anni che alle tre di notte esce dalla base di Camp Belambay, cammina per un miglio, irrompe in tre case del villaggio di Panjwai, massacra civili nel sonno e poi cerca di rientrare surrettiziamente alla base non si saprà mai. Nemmeno se confessasse ogni cosa alla corte marziale davanti alla quale presto dovrà comparire si potrebbe ripescare qualcosa di certo dal fondo oscuro di quel suo pozzo mentale.
12 AGO 20

Che cosa passa nella testa di un sergente americano di 38 anni che alle tre di notte esce dalla base di Camp Belambay, cammina per un miglio, irrompe in tre case del villaggio di Panjwai, massacra civili nel sonno e poi cerca di rientrare surrettiziamente alla base non si saprà mai. Nemmeno se confessasse ogni cosa alla corte marziale davanti alla quale presto dovrà comparire si potrebbe ripescare qualcosa di certo dal fondo oscuro di quel suo pozzo mentale. E’ stata una fatalità, oppure, come si dice in questi casi, un raptus, un accesso incontrollabile simile a quello che prende l’Eracle di Euripide: “E del padre all’indugio, i figli alzarono su lui lo sguardo. Ed ei non era più quel di poc’anzi; ma torceva gli occhi già deliranti; e sanguinosi i globi sporgean de le pupille, ed una bava stillava giù, lungo il villoso mento”. In quella notte nera il sergente ha lasciato dietro di sé sedici civili afghani. Quattro nella prima casa e undici nella seconda; poi è tornato indietro, verso la base, e lungo la via ha ucciso un’altra persona. Fra le vittime c’erano nove bambini, abitanti innocenti e dormienti della provincia di Kandahar.
Una versione univoca dell’accaduto ancora non c’è, ma i tasselli messi insieme da varie fonti dicono che il militare era solo e ubriaco quando è uscito dalla base. Altri dicono che il sergente non era affatto solo e, anzi, il massacro è stato portato da una squadra in pattuglia impazzita, con tanto di elicottero a sorvegliare l’ignominiosa operazione dall’alto. Molto più complicata da realizzare, e dunque da sostenere, questa seconda ipotesi, anche se diversi abitanti della zona hanno parlato di un elicottero in ricognizione più o meno in contemporanea alla carneficina. Si tratterebbe, però, di un mezzo mandato dalla base proprio a cercare il sergente che mancava all’appello. A prevalere è la tesi della mela marcia, eventualità del resto familiare in qualunque scenario di guerra e di pace. L’esistenza di una percentuale di mele marce così come quella delle baldorie che si trasformano in tragedia è un fatto statistico, e proprio per questo esistono regolamenti e disciplina, che nel caso delle strutture militari diventano principi marziali non negoziabili. Le basi sono (o dovrebbero) essere organizzate in modo che le eccezioni non prevalgano. I soldati non entrano ed escono dalle basi come se fossero in un ufficio delle poste: ci sono registri da firmare, controlli, turni di guardia, rapporti. Nell’ambito militare, e specialmente in una zona di guerra, anche la più semplice operazione logistica è regolata da un protocollo che non pare assurdo e ossessivo nella sua pedanteria soltanto quando un sergente s’incammina per i villaggi afghani e spara a casaccio sui civili. Ogni soldato sa che in uno sforzo bellico strutturato e delicato come quello ogni dettaglio deve essere incorniciato da procedure inequivocabili, occorre controllare non soltanto il nemico ma anche la “band of brother”. A nessuno deve sfuggire che anche i nervi apparentemente più saldi possono saltare. Quando il sergente ha perso la brocca e trovato un kalashnikov con lanciagranate e ha fatto quello che ha fatto, tutti si sono precipitati a citare Kurtz, l’orrore, tutti a rievocare la Corea, il Vietnam, My Lai, Abu Grahib, Hiroshima – sì, perfino Hiroshima – e altre imperfette analogie alla ricerca della tara culturale e anche forse genetica del soldato americano. Ma l’epica mesta del coscritto imbottito d’acidi per vincere la riluttanza che s’infila in una giungla, una giungla anche morale, regge fino a un certo punto; poi subentra il fattore strutturale, l’assenza di quegli argini alti e rigorosi che contengono il momento di follia con piglio protocollare.
“Complacency kills” è il motto che riassume un’idea basilare della vita dei militari americani: il compiacimento, la noncuranza, l’illusione di essere padroni di sé e della situazione può uccidere. Lo scrivono ovunque, nelle palestre, nelle mense, nei bagni, perché a nessuno è consentito rimirarsi allo specchio per così tanto tempo da dimenticare le proprie responsabilità. Quando era a capo delle Forze armate in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal ha portato all’estremo il concetto dell’autodisciplina, eliminando gli alcolici dalle basi e conducendo una dura battaglia contro Burger King, Kentucky Fried Chicken e tutte le altre forme di svago che potessero instillare quel senso di compiacimento intimamente ostile alla vita marziale. Rimane negli annali la sua sfuriata alle truppe sorprese a far baldoria dopo un brutto incidente che aveva coinvolto i soldati tedeschi su al nord, nella provincia di Kunduz. Era venerdì sera e i ragazzi stavano ingollando generosamente birre secondo un rituale cameratesco timbrato dai permessivi protocolli della coalizione Isaf. Da quel momento niente più birra per gli americani, niente junk food, niente concessioni agli alleati della “complacency”: “devi essere sobrio almeno quanto il tuo nemico”, ripeteva il generale che dorme quattro ore a notte. Anche McChrystal è stato colto da un momento di debolezza, quando si è trovato per giorni bloccato in Europa assieme ai suoi uomini e a un giornalista zelante in attesa che il vulcano islandese dal nome impronunciabile smettesse di intralciare le rotte aeree. L’inattività forzata, e non la pressione sul campo di battaglia, ha messo alla prova il figlioccio di David Petraeus che s’era distinto in Iraq per aver guidato la task force più devastante in circolazione, quella che ha eliminato al Zarqawi, e così ha finito per dire ad alta voce cose sconvenienti che sono finite dritte nell’ormai leggendario articolo di Michael Hastings su Rolling Stones, “The Runaway General”. Ha peccato di comunicazione, McChrystal, ma sotto la sua egida il clima all’interno delle basi non era mai stato tanto posato, militaresco nel senso più nobile del termine. Il massacro di Panjwai mostra che qualcosa di quel clima è andato perduto.
Il caso del sergente ha dunque un lato singolare e uno collettivo. In quello singolare ci sono i brani del profilo personale che sono arrivati al pubblico dagli spifferi della gerarchia militare: ha servito per tre turni in Iraq e da dicembre era in Afghanistan, nella provincia violentissima dove il surge del 2009 aveva riportato una specie di ordine. Non è, come si è scritto nella fretta delle prime ore, un membro delle forze speciali, ma un sergente dell’esercito mandato in quel remoto outpost per aiutare le teste di cuoio che lì addestrano i soldati dello sfilacciato esercito afghano. Aveva avuto in passato un Tbi, una lesione cerebrale, causata da un incidente di natura non meglio specificata (girano versioni divergenti), ma poi si era ripreso e aveva passato tutti i test fisici e attitudinali. Nel 2008 era stato sottoposto ai rigidi e ripetuti esami psicologici ai quali si devono sottoporre i tiratori scelti. Anche lì nessun problema. Si parla di problemi famigliari durante uno dei periodi in cui era di stanza nella basa di Lewis-McChord, a sud di Seattle, ma il particolare accomuna il sergente al genere umano, non alla schiera dei pazzi sanguinari. Più significativa invece è la storia della base nello stato di Washington dove il sergente ha fatto la sua carriera militare. Dire che Lewis-McChord non gode di una fama eccelsa è un ovvio understatement, e per evitare la pedanteria occorre limitarsi a una lista minima degli episodi controversi o esplicitamente delittuosi. A febbraio il capo dell’ospedale militare della base, il colonnello Dallas Homas, è stato rimosso dall’incarico dopo una lunga indagine sulle diagnosi da disordini post trauma (Pstd), il male oscuro dei veterani. Secondo gli ispettori del Pentagono i medici falsavano o annacquavano appositamente le diagnosi, spacciando i malati per sani e allontanando così il rischio di polemiche per le conseguenze della guerra e abbassando le spese per il trattamento. Per rendere la cosa più credibile, i medici inizialmente diagnosticavano la malattia, dopodiché interveniva un team di psichiatri che stravolgeva il primo parere e dichiarava il paziente perfettamente abile. A Capodanno un soldato di ventiquattro anni, anche lui veterano dell’Iraq, ha ferito quattro persone durante una sparatoria. Si è rifugiato nelle montagne e quando a un incrocio ha visto il ranger Margaret Anderson l’ha uccisa a colpi di pistola. L’uomo è stato trovato morto per assideramento il mattino successivo. Dalla base Lewis-McChord venivano anche i dodici soldati che nel gennaio 2010 hanno ucciso almeno tre civili afghani nella provincia di Kandahar e si sono fatti fotografare esibendo i cadaveri come trofei. Il capo della banda, Calvin Gibbs, ha ammesso di aver mutilato i corpi, conservando dita e pezzi di ossa delle vittime. La corte marziale l’ha condannato all’ergastolo. Stars and Stripes, il giornale non ufficiale dei militari, ha scritto che quella è la base “più problematica d’America”, e veterani come Jorge Gonzalez, direttore dell’organizzazione G. I. Voice, da anni chiedono al Pentagono di fare indagini approfondite sul clima che ha originato un’impressionante striscia di omicidi, suicidi e incontrollabili accessi di follia sul campo di battaglia. Nella vicenda personale del sergente impazzito l’aspetto di sociologia militare non può essere trascurato. D’altra parte il giustiziere solitario non è un riservista ventenne sovraeccitato e con il prurito alle mani, ma un soldato esperto che ha un’idea molto precisa di cosa significhi essere in guerra. Ma le domande rimangono: come ha fatto a uscire indisturbato dalla base? Come poteva essere ubriaco? Perché in un posto dove anche la tecnica per scaricare le casse dal camion è codificata nessuno l’ha notato se non quando cercava di rientrare attraverso la recinzione? Qui la storia personale diventa collettiva, e nondimeno esibisce una sporgenza psicologica ineluttabile. La sciatteria esibita nel rogo del Corano, l’impudenza dei cadaveri dei nemici dissacrati nel modo più umiliante, gli attriti con l’esercito afghano, le offese che aumentano il potere negoziale di un Hamid Karzai sempre più infido e riottoso, raccontano una storia di “complacency” che arriva, come da avvertimento, all’assassinio. L’occupazione che per volontà presidenziale reca una data di scadenza non va nella direzione della disciplina. Un esercito che è già con la testa fuori da un paese in cui il nemico si frega le mani pensando al giorno del ritiro non può essere nella sua forma mentale migliore e i segnali che arrivano da Washington non sono un balsamo per il morale. Con il ritiro fissato per il 2014 i soldati in Afghanistan stanno come sospesi in mezzo a un guado, sono combattenti che pensano da veterani, uomini stanchi della guerra e massacrati nel morale da una leadership ondivaga, dal fuoco amico dei leak. Il taglio del budget del Pentagono ha trasformato i portabandiera dell’eccezionalismo americano – un eccezionalismo armato per necessità, non per scelta – in zavorre a carico del contribuente, antagonisti de facto di quel “surge at home” su cui Barack Obama insiste da anni. Anche la nuova revisione strategica elaborata dalla gerarchia del dipartimento della Difesa deprime l’importanza dei soldati, delle basi avanzate come quella di Camp Belambay, e sbilancia lo sforzo bellico verso la tecnologia, avallando ed estendendo su scala globale la guerra falsamente pulita combattuta con i droni pilotati a distanza. Dove non arrivano le indicazioni di Washington c’è Karzai, che ordina ai soldati di andarsene dai villaggi, colpo di grazia alla dottrina della counterinsurgecy di Petraeus già martoriata in quei circoli obamiani della sicurezza nazionale che hanno imposto la loro visione tattica. La “complacency” è un fatto di clima, di inerzia politica, è un rilassamento che va cercato non soltanto nella notte mentale di un sergente ubriaco, frustrato, forse anche intimo della follia più nera, con la “bava che stilla giù, lungo il villoso mento” come in una caricatura da centro sociale del pensiero; è nei gangli del potere, nelle catene di comando, nel pulviscolo decisionale che s’infila nelle narici e tutto contamina. Il raptus è uno scandalo ineludibile poiché connaturato alla guerra, ma l’assenza di un vincolo che lo contenga ha qualcosa di doloso. Il risultato lo si vede anche in quel drammatico incontro che il segretario, Leon Panetta, ha fatto con duecento marine a Camp Leatherneck, in Afghanistan. Per il discorso del segretario è stato dato l’inedito ordine di presentarsi disarmati. Un soldato, per definizione, non può essere disarmato. Nelle basi si va anche a messa con il fucile, è a portata di mano anche durante il sonno, perché senza pantaloni si sopravvive, senza il fucile a mezzo metro di distanza il rischio è troppo grande. Nessun segretario aveva chiesto ai soldati di separarsi dalle loro armi, e l’ordine di Panetta, condizionato dalla strage e dall’afghano che è uscito in fiamme da un pick up sulla pista d’atterraggio, è suonato come un’ulteriore mozione di sfiducia per una banda d’armi così escoriata nell’animo da concedere preziosi metri di terreno al morbo della “complacency”.
Una versione univoca dell’accaduto ancora non c’è, ma i tasselli messi insieme da varie fonti dicono che il militare era solo e ubriaco quando è uscito dalla base. Altri dicono che il sergente non era affatto solo e, anzi, il massacro è stato portato da una squadra in pattuglia impazzita, con tanto di elicottero a sorvegliare l’ignominiosa operazione dall’alto. Molto più complicata da realizzare, e dunque da sostenere, questa seconda ipotesi, anche se diversi abitanti della zona hanno parlato di un elicottero in ricognizione più o meno in contemporanea alla carneficina. Si tratterebbe, però, di un mezzo mandato dalla base proprio a cercare il sergente che mancava all’appello. A prevalere è la tesi della mela marcia, eventualità del resto familiare in qualunque scenario di guerra e di pace. L’esistenza di una percentuale di mele marce così come quella delle baldorie che si trasformano in tragedia è un fatto statistico, e proprio per questo esistono regolamenti e disciplina, che nel caso delle strutture militari diventano principi marziali non negoziabili. Le basi sono (o dovrebbero) essere organizzate in modo che le eccezioni non prevalgano. I soldati non entrano ed escono dalle basi come se fossero in un ufficio delle poste: ci sono registri da firmare, controlli, turni di guardia, rapporti. Nell’ambito militare, e specialmente in una zona di guerra, anche la più semplice operazione logistica è regolata da un protocollo che non pare assurdo e ossessivo nella sua pedanteria soltanto quando un sergente s’incammina per i villaggi afghani e spara a casaccio sui civili. Ogni soldato sa che in uno sforzo bellico strutturato e delicato come quello ogni dettaglio deve essere incorniciato da procedure inequivocabili, occorre controllare non soltanto il nemico ma anche la “band of brother”. A nessuno deve sfuggire che anche i nervi apparentemente più saldi possono saltare. Quando il sergente ha perso la brocca e trovato un kalashnikov con lanciagranate e ha fatto quello che ha fatto, tutti si sono precipitati a citare Kurtz, l’orrore, tutti a rievocare la Corea, il Vietnam, My Lai, Abu Grahib, Hiroshima – sì, perfino Hiroshima – e altre imperfette analogie alla ricerca della tara culturale e anche forse genetica del soldato americano. Ma l’epica mesta del coscritto imbottito d’acidi per vincere la riluttanza che s’infila in una giungla, una giungla anche morale, regge fino a un certo punto; poi subentra il fattore strutturale, l’assenza di quegli argini alti e rigorosi che contengono il momento di follia con piglio protocollare.
“Complacency kills” è il motto che riassume un’idea basilare della vita dei militari americani: il compiacimento, la noncuranza, l’illusione di essere padroni di sé e della situazione può uccidere. Lo scrivono ovunque, nelle palestre, nelle mense, nei bagni, perché a nessuno è consentito rimirarsi allo specchio per così tanto tempo da dimenticare le proprie responsabilità. Quando era a capo delle Forze armate in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal ha portato all’estremo il concetto dell’autodisciplina, eliminando gli alcolici dalle basi e conducendo una dura battaglia contro Burger King, Kentucky Fried Chicken e tutte le altre forme di svago che potessero instillare quel senso di compiacimento intimamente ostile alla vita marziale. Rimane negli annali la sua sfuriata alle truppe sorprese a far baldoria dopo un brutto incidente che aveva coinvolto i soldati tedeschi su al nord, nella provincia di Kunduz. Era venerdì sera e i ragazzi stavano ingollando generosamente birre secondo un rituale cameratesco timbrato dai permessivi protocolli della coalizione Isaf. Da quel momento niente più birra per gli americani, niente junk food, niente concessioni agli alleati della “complacency”: “devi essere sobrio almeno quanto il tuo nemico”, ripeteva il generale che dorme quattro ore a notte. Anche McChrystal è stato colto da un momento di debolezza, quando si è trovato per giorni bloccato in Europa assieme ai suoi uomini e a un giornalista zelante in attesa che il vulcano islandese dal nome impronunciabile smettesse di intralciare le rotte aeree. L’inattività forzata, e non la pressione sul campo di battaglia, ha messo alla prova il figlioccio di David Petraeus che s’era distinto in Iraq per aver guidato la task force più devastante in circolazione, quella che ha eliminato al Zarqawi, e così ha finito per dire ad alta voce cose sconvenienti che sono finite dritte nell’ormai leggendario articolo di Michael Hastings su Rolling Stones, “The Runaway General”. Ha peccato di comunicazione, McChrystal, ma sotto la sua egida il clima all’interno delle basi non era mai stato tanto posato, militaresco nel senso più nobile del termine. Il massacro di Panjwai mostra che qualcosa di quel clima è andato perduto.
Il caso del sergente ha dunque un lato singolare e uno collettivo. In quello singolare ci sono i brani del profilo personale che sono arrivati al pubblico dagli spifferi della gerarchia militare: ha servito per tre turni in Iraq e da dicembre era in Afghanistan, nella provincia violentissima dove il surge del 2009 aveva riportato una specie di ordine. Non è, come si è scritto nella fretta delle prime ore, un membro delle forze speciali, ma un sergente dell’esercito mandato in quel remoto outpost per aiutare le teste di cuoio che lì addestrano i soldati dello sfilacciato esercito afghano. Aveva avuto in passato un Tbi, una lesione cerebrale, causata da un incidente di natura non meglio specificata (girano versioni divergenti), ma poi si era ripreso e aveva passato tutti i test fisici e attitudinali. Nel 2008 era stato sottoposto ai rigidi e ripetuti esami psicologici ai quali si devono sottoporre i tiratori scelti. Anche lì nessun problema. Si parla di problemi famigliari durante uno dei periodi in cui era di stanza nella basa di Lewis-McChord, a sud di Seattle, ma il particolare accomuna il sergente al genere umano, non alla schiera dei pazzi sanguinari. Più significativa invece è la storia della base nello stato di Washington dove il sergente ha fatto la sua carriera militare. Dire che Lewis-McChord non gode di una fama eccelsa è un ovvio understatement, e per evitare la pedanteria occorre limitarsi a una lista minima degli episodi controversi o esplicitamente delittuosi. A febbraio il capo dell’ospedale militare della base, il colonnello Dallas Homas, è stato rimosso dall’incarico dopo una lunga indagine sulle diagnosi da disordini post trauma (Pstd), il male oscuro dei veterani. Secondo gli ispettori del Pentagono i medici falsavano o annacquavano appositamente le diagnosi, spacciando i malati per sani e allontanando così il rischio di polemiche per le conseguenze della guerra e abbassando le spese per il trattamento. Per rendere la cosa più credibile, i medici inizialmente diagnosticavano la malattia, dopodiché interveniva un team di psichiatri che stravolgeva il primo parere e dichiarava il paziente perfettamente abile. A Capodanno un soldato di ventiquattro anni, anche lui veterano dell’Iraq, ha ferito quattro persone durante una sparatoria. Si è rifugiato nelle montagne e quando a un incrocio ha visto il ranger Margaret Anderson l’ha uccisa a colpi di pistola. L’uomo è stato trovato morto per assideramento il mattino successivo. Dalla base Lewis-McChord venivano anche i dodici soldati che nel gennaio 2010 hanno ucciso almeno tre civili afghani nella provincia di Kandahar e si sono fatti fotografare esibendo i cadaveri come trofei. Il capo della banda, Calvin Gibbs, ha ammesso di aver mutilato i corpi, conservando dita e pezzi di ossa delle vittime. La corte marziale l’ha condannato all’ergastolo. Stars and Stripes, il giornale non ufficiale dei militari, ha scritto che quella è la base “più problematica d’America”, e veterani come Jorge Gonzalez, direttore dell’organizzazione G. I. Voice, da anni chiedono al Pentagono di fare indagini approfondite sul clima che ha originato un’impressionante striscia di omicidi, suicidi e incontrollabili accessi di follia sul campo di battaglia. Nella vicenda personale del sergente impazzito l’aspetto di sociologia militare non può essere trascurato. D’altra parte il giustiziere solitario non è un riservista ventenne sovraeccitato e con il prurito alle mani, ma un soldato esperto che ha un’idea molto precisa di cosa significhi essere in guerra. Ma le domande rimangono: come ha fatto a uscire indisturbato dalla base? Come poteva essere ubriaco? Perché in un posto dove anche la tecnica per scaricare le casse dal camion è codificata nessuno l’ha notato se non quando cercava di rientrare attraverso la recinzione? Qui la storia personale diventa collettiva, e nondimeno esibisce una sporgenza psicologica ineluttabile. La sciatteria esibita nel rogo del Corano, l’impudenza dei cadaveri dei nemici dissacrati nel modo più umiliante, gli attriti con l’esercito afghano, le offese che aumentano il potere negoziale di un Hamid Karzai sempre più infido e riottoso, raccontano una storia di “complacency” che arriva, come da avvertimento, all’assassinio. L’occupazione che per volontà presidenziale reca una data di scadenza non va nella direzione della disciplina. Un esercito che è già con la testa fuori da un paese in cui il nemico si frega le mani pensando al giorno del ritiro non può essere nella sua forma mentale migliore e i segnali che arrivano da Washington non sono un balsamo per il morale. Con il ritiro fissato per il 2014 i soldati in Afghanistan stanno come sospesi in mezzo a un guado, sono combattenti che pensano da veterani, uomini stanchi della guerra e massacrati nel morale da una leadership ondivaga, dal fuoco amico dei leak. Il taglio del budget del Pentagono ha trasformato i portabandiera dell’eccezionalismo americano – un eccezionalismo armato per necessità, non per scelta – in zavorre a carico del contribuente, antagonisti de facto di quel “surge at home” su cui Barack Obama insiste da anni. Anche la nuova revisione strategica elaborata dalla gerarchia del dipartimento della Difesa deprime l’importanza dei soldati, delle basi avanzate come quella di Camp Belambay, e sbilancia lo sforzo bellico verso la tecnologia, avallando ed estendendo su scala globale la guerra falsamente pulita combattuta con i droni pilotati a distanza. Dove non arrivano le indicazioni di Washington c’è Karzai, che ordina ai soldati di andarsene dai villaggi, colpo di grazia alla dottrina della counterinsurgecy di Petraeus già martoriata in quei circoli obamiani della sicurezza nazionale che hanno imposto la loro visione tattica. La “complacency” è un fatto di clima, di inerzia politica, è un rilassamento che va cercato non soltanto nella notte mentale di un sergente ubriaco, frustrato, forse anche intimo della follia più nera, con la “bava che stilla giù, lungo il villoso mento” come in una caricatura da centro sociale del pensiero; è nei gangli del potere, nelle catene di comando, nel pulviscolo decisionale che s’infila nelle narici e tutto contamina. Il raptus è uno scandalo ineludibile poiché connaturato alla guerra, ma l’assenza di un vincolo che lo contenga ha qualcosa di doloso. Il risultato lo si vede anche in quel drammatico incontro che il segretario, Leon Panetta, ha fatto con duecento marine a Camp Leatherneck, in Afghanistan. Per il discorso del segretario è stato dato l’inedito ordine di presentarsi disarmati. Un soldato, per definizione, non può essere disarmato. Nelle basi si va anche a messa con il fucile, è a portata di mano anche durante il sonno, perché senza pantaloni si sopravvive, senza il fucile a mezzo metro di distanza il rischio è troppo grande. Nessun segretario aveva chiesto ai soldati di separarsi dalle loro armi, e l’ordine di Panetta, condizionato dalla strage e dall’afghano che è uscito in fiamme da un pick up sulla pista d’atterraggio, è suonato come un’ulteriore mozione di sfiducia per una banda d’armi così escoriata nell’animo da concedere preziosi metri di terreno al morbo della “complacency”.